Non oltre, ma prima di Quarona, proprio sopra Borgosesia:

grazie a Roberto Fantoni per averci fornito testi e foto di questa bellissima oasi che è vicinissima a Quarona.

Guida ad un’escursione sul Monte Fenera

La sede del Parco Naturale del Monte Fenera a Fenera Annunziata

Sentiero a segnavia 770

Le cime del Monte Fenera

Sentiero a segnavia 769

Le grotte

Fenera S. Giulio

 

Guida ad un’escursione sul Monte Fenera

 

Il Monte Fenera costituisce l’unico massiccio carbonatico presente sul versante meridionale delle Alpi centro-occidentali. Ad ovest del lago Maggiore la copertura sedimentaria delle Alpi meridionali è, infatti, ridotta a pochi lembi di limitata estensione areale. Nello stesso territorio costituisce quindi l’unica area in cui la presenza di rocce carbonatiche ha consentito lo sviluppo di fenomeni carsici di dimensioni ragguardevoli. La presenza di grotte ha permesso la frequentazione degli animali e dell’uomo dal Paleolitico. Dal Neolitico la presenza umana è stata quasi costante; ed anche quando la presenza umana sul monte ha perso le sue peculiarità, il monte e le sue grotte hanno sempre continuato a costituire una presenza mitologica per le popolazioni locali. L’ubicazione del monte in prossimità del margine padano, la peculiare rilevanza geomorfologica e botanica e la presenza d’ambienti diversificati hanno favorito la presenza di una ricca avifauna, tra cui

spicca la cicogna nera, che s’integrano con una fauna comunque ricca e differenziata. Una fitta rete di sentieri consente un’escursione circolare dalla base alla sommità del monte lungo la quale si possono osservare tutte le rocce che lo costituiscono e le diverse forme della copertura vegetale, i fenomeni carsici e le tracce della frequentazione preistorica e della vecchia attività estrattiva.  

La sede del Parco Naturale del Monte Fenera a Fenera Annunziata 

Da Ponte S. Quirico, risalendo per un centinaio di metri la provinciale in direzione di Borgosesia, si arriva all'imbocco della strada per le frazioni Fenera Annunziata e Fenera di Mezzo. L’itinerario attraversa prima una sottile fascia di bosco umido naturale (frassino, carpino bianco, farnia e nocciole), abitato da un’avifauna sciafila come il tordo bottaccio e il pettirosso. Poco prima di giungere alla sede del parco il bosco si dirada e lascia posto alla boscaglia di invasione, dovuta alla forte antropizzazione, che caratterizza gran parte del settore basale del Monte Fenera. Vi predomina la robinia, specie di origine nordamericana, accompagnata da qualche ailanto, specie asiatica, e, a livello arbustivo, dalla spirea del Giappone e dal rampicante lonicera giapponese, la cui origine è evidenziata dal loro nome scientifico. Anche tra le specie erbacee sono numerose quelle esotiche prevalentemente nordamericane: la cespica annua, la verga d’oro maggiore e l’artemisia dei Verlot.

Giunti a un bivio si lascia a sinistra la strada che sale a Fenera di Mezzo e si prosegue a destra giungendo al ripiano prativo, ospitante la frazione Fenera Annunziata (415 m), ove ha sede il Parco Naturale Monte Fenera.La presenza del manto erboso attrae animali steppicoli come lepre comune e cardellino.

Questo terrazzo morfologico, come tutti gli altri ripiani su cui si adagiano le frazioni presenti sul lato occidentale del Monte Fenera, è formato dai depositi quaternari costituenti le vecchie alluvioni del fiume Sesia in età interglaciale. Il confronto tra la posizione planimetrica e altimetrica dei vecchi e degli attuali depositi fluviali testimonia il progressivo innalzamento della zona e il conseguente approfondimento dell'asse idrografico e il suo contemporaneo spostamento verso occidente.  

     
 
Sentiero a segnavia 770 

Sopra Fenera Annunziata la naturalità riprende il sopravvento, benché inquinata dall’immissione di piante di bosso e di alcune conifere esotiche. Lo stretto sentiero prosegue nel bosco di carpino, frassino maggiore e rovere. Tra gli arbusti colpisce immediatamente la presenza di esemplari isolati o in piccoli gruppi di una dafne a foglie svernanti, la laureola e delle prime colonie di pungitopo, che diventano sempre più estese man mano che si sale verso gli affioramenti rocciosi. Nel sottobosco abitano specie animali amanti dell’arbusteto come cinghiale e scricciolo. Una folla di specie erbacee termofile e calcifile affolla il sottobosco. Nei primi mesi dell’anno dominano le ampie fioriture di campanellino, di scilla silvestre, del dente di cane, dell’erba trinità, della polmonaria, della primula e della viola bianca; più tardi la forte copertura fogliare permette solo poche altre novità, come il ciclamino.

La parte inferiore del monte, entro cui si svolge questa parte dell’itinerario, è costituita da una successione di rocce dolomitiche del Triassico medio (242 –227 Ma; Dolomia di S. Salvatore), che raggiungono lo spessore complessivo di circa 300 metri. Alle spalle della frazione la mulattiera dapprima risale a fianco di un prato e poi s’inerpica nella parte dolomitica del monte, descrivendo una serie di tornanti che perimetrano il margine superiore dell'ampio fronte della cava per calce.  Ai primi affioramenti rocciosi il bosco cede il posto ad una boscaglia piuttosto rada costituita prevalentemente da orniello, ligustro, corniolo, crespino, biancospino, pero corvino, prugnolo e da radi esemplari di ginepro e rosa canina. In queste macchie di vegetazione termofila vivono uccelli dal carattere mediterraneo come luì bianco e succiacapre.
 Nel tratto che precede la valletta dove sono i ruderi di S. Quirico il sentiero lambisce una piccola radura erbosa ospitante alcune specie interessanti: il camedrio montano, l’asteroide salicina, l’erba amara dei boschi, la melica barbata, il barboncino digitato e il cardo pallottola maggiore di cui la seconda e l’ultima non si rinvengono altrove in Valsesia.
La radura ospita il pigliamosche, uccello forestale che caccia insetti in volo negli spazi aperti.

Dai terrazzi esposti che offrono una buona visuale sul bosco sottostante è facile osservare in estate alcuni rapaci che vivono nel territorio del parco come falco pecchiaiolo, nibbio bruno, biancone e astore.

Le ultime dolomie affiorano nella scarpata di un ruscello a sinistra dei ruderi della vecchia cappella di S. Quirico (577 m); i banchi sommitali della scarpata sono costituiti da dolomie grigio scure con intensa pigmentazione rossastra. Alcuni campioni raccolti nel detrito mostrano anche una fitta rete di fratture riempite da cemento dolomitico bianco. La pigmentazione rossastra, la fratturazione e la successiva cementazione testimoniano l'emersione e la prolungata esposizione subaerea dell'area avvenuta durante il Triassico superiore (227-205 Ma).

Alla sommità della scarpata e in piccoli affioramenti a sinistra dei ruderi della cappella di S. Quirico sono presenti brecce con clasti centimetrici, di forma prevalentemente subquadrangolare, appartenenti ai diversi litotipi della Dolomia di S. Salvatore, immersi in una matrice di colore rosso mattone (Brecce del M. Fenera). Sopra alle brecce affiorano microconglomerati e arenarie rossastre a cemento dolomitico seguite da arenarie fini brune a scarsa cementazione e da arenarie grigie e verdastri (Arenarie di S. Quirico). Lungo la mulattiera gli affioramenti divengono poi discontinui ma litotipi simili sono osservabili sino a quota 620. Lo spessore dell'unità raggiunge nella sezione considerata i 60 metri. Proseguendo lungo il sentiero, in affioramenti discontinui, si può notare come le arenarie siano progressivamente sostituite da calcari ricchi in spicole di spugne (Calcari spongolitici). A quota 675 la mulattiera raggiunge una vecchia cava di pietra da coti, sul cui fronte sono affioranti arenarie fini grigio chiare ben cementate. Il fronte principale della cava presenta un'altezza superiore ai 10 metri, in parte tappezzato di edera, rifugio ideale per l’allocco; su un lato dello spiazzo di cava, ora colonizzato da vegetazione cedua, è osservabile, addossato ad un altro fronte minore, un piccolo edificio in pietra a secco. I prodotti della cava, in attività nella seconda metà dell'Ottocento e all'inizio del Novecento, erano trasportati al piano lungo la mulattiera ora contrassegnata dal segnavia 770 ed un tempo nota come strada dei buoi. Le arenarie erano utilizzate nel secolo scorso anche come pietra da taglio. Questi litotipi, cavati dai fratelli Bianchi come pietra ornamentale e da gradonatura, erano facilmente lavorabili e suscettibili di bella pulitura.
 La qualità del materiale estratto era paragonabile a quella di altre famose pietre da costruzione (peraltro geneticamente e stratigraficamente equivalente alle Arenarie di S. Quirico); alcuni problemi erano invece costituiti dalla scarsa resistenza di questi litotipi agli agenti atmosferici. Durante la prima metà dell'Ottocento numerose lastre provenienti da queste cave trovarono impiego in costruzioni civili e religiose di numerosi paesi della valle. A monte della cava gli affioramenti divengono più radi. La diversità delle condizioni di affioramento e l'ulteriore addolcimento del profilo topografico sono dovuti a una variazione litologica nell'ambito dell'unità dei Calcari spongolitici, che divengono più calcarei e si dispongono secondo una stratificazione che diviene progressivamente più sottile sino ad imprimere un aspetto fissile al litotipo. Tipica di questi calcari nerastri è la presenza di fucoidi e di resti vegetali; alcuni livelli presentano inoltre una ricca fauna ad ammoniti. Famosa è quella proveniente dall'alpe Fenera, ubicata sul lato settentrionale del monte, raggiungibile con una piccola deviazione dall'itinerario proposto. Lo spessore complessivo della formazione, affiorante sino alla sommità del Monte Fenera, è stimabile in circa 250 metri.

E' interessante notare come la diversa costituzione litologica del monte influenzi sensibilmente la morfologia ed il tipo di copertura vegetale presente. Nella parte inferiore, dolomitica, le pendenze sono elevate, la coltre eluviale è assente o ridotta e prevalgono boschi di orniello, rovere, cerro, corniolo e ginepro. Nella parte superiore, arenacea e calcareo-selcifera, le pendenze diminuiscono e la maggior capacità di alterazione delle rocce determinano migliori condizioni pedologiche che consentono lo sviluppo di una vegetazione ad alto fusto.

Fra S. Quirico e la vetta si percorre un castagneto quasi puro nel quale s’inseriscono esemplari di farnia e betulla con arbusti di nocciolo, berretta da prete e viburno. Nelle zone più umide troviamo l’ontano nero, mentre nell’elemento erbaceo si possono osservare varie felci: la dilatata, il maschio, la lonchite minore e l’aquilina, accompagnati dall’acetosella, dall’euforbia penzola, dalla genziana asclepiade, dalla botonica, dalla digitale gialla piccola e dal mughetto. In questo bosco ben sviluppato non è infrequente la presenza di mammiferi come il capriolo, la martora e il camoscio. Quest’ultimo ha una popolazione relitta che vive nel parco, separata da diversi chilometri da quelle classiche valsesiane.

 Fra gli uccelli troviamo specie specificatamente forestali quali il picchio rosso maggiore, il picchio muratore e la cincia bigia. 

Le cime del Monte Fenera 

Proseguendo lungo il sentiero si raggiunge, a quota 780, la costola meridionale del monte dove s’interseca il sentiero a segnavia 771 proveniente da Ara. Dapprima su sentiero poi su pista forestale si raggiunge la Punta Bastia (o Monte Fenera, 899 m) caratterizzata dalla presenza di una grande croce, da cui si ha un’ottima visione della sottostante piana alluvionale del F. Sesia. Superata una piccola sella si risale, ad est, alla chiesetta presente sulla seconda cima (Punta S. Bernardo, 894 m).

Da questa si ha una stupenda visione delle montagne valsesiane. In primo piano, oltre il T. Strona, ci sono le colline costituite da depositi argillosi e sabbiosi di età pliocenica; la natura litologica di questa serie genera una morfologia blanda, che diviene più aspra solo verso nord ove si chiudono le unità plioceniche ed affiorano i graniti ercinici costituenti l'ossatura del primo crinale. Dietro a questo emergono altri crinali più scoscesi e progressivamente più alti, costituiti dalle rocce scarsamente alterabili della Zona Dioritico-Kinzigitica e dalle unità litologicamente variegate delle falde metamorfiche alpine.

Deviando dall’itinerario principale e scendendo per pochi metri verso il versante che guarda la frazione Colma, si può notare una specie che non si trova in alcuna altra parte del monte: la silene otite. Oltre a questa, altre specie ragguardevoli sono: cefalantera maggiore, il caglio arrossato, la cannella argentea, la trebbia, la carice australpina, il garofano di bosco, l’elleborine comune e violacea, il pigamo puzzolente, la dafne alpina e la fumana. 

 

Sentiero a segnavia 769 

Dalla sella tra le due cime, sul lato occidentale del monte, s’imbocca il sentiero a segnavia 769. Durante la discesa si possono nuovamente osservare i litotipi incontrati in ordine opposto durante la salita. Si riattraversano sino a quota 800 i Calcari spongolitici e, da qui a quota 770, le Arenarie del Monte Fenera. Si può notare come il limite tra queste unità affiori a una quota superiore (780 m) rispetto a quella osservata lungo il sentiero a segnavia 770 (575 m); la diversità delle quote di affioramento è dovuta all'inclinazione verso SSE dei terreni costituenti il monte. La geometria delle unità sedimentarie è ricostruibile anche osservando in dettaglio la giacitura degli strati che presentano una immersione compresa tra 120° e 180° N con un'inclinazione variabile tra 5° e 30°. Questa inclinazione verso sud della serie è principalmente imputabile al sollevamento della catena alpina a nord e all'individuazione della depressione padana, progressivamente colmata da depositi alluvionali, a sud. Il sollevamento della catena alpina, particolarmente veloce durante l'Oligo-Miocene (36-5 Ma), è proseguito anche durante il Plio-Quaternario (5-0 Ma); è infatti testimonianza di questo sollevamento l'inclinazione media di 6° verso sud della serie pliocenica affiorante sulle colline attorno a Borgosesia. 

 

Le grotte 

Il sentiero incontra, nella parte dolomitica del monte, numerose grotte, espressione del vasto sistema carsico interno al monte. A quota 690 si osservano, risalendo a sinistra del sentiero, gli ingressi del Buco della Bondaccia e poco sopra, a 780, quello della Grotta delle Arenarie, le due maggiori cavità del Monte Fenera.

A quota 685 si raggiunge la doppia apertura della Ciota Ciara. In questa grotta durante numerose campagne di scavo sono stati rinvenuti numerosi reperti paleontologici tra cui spiccano, per abbondanza, ossa e denti di orso delle caverne, e, per eccezionalità, l’industria litica musteriana, nonchè due denti ed un frammento cranico attribuiti all’uomo di Neandertal. A destra di questa grotta si trovano altre due piccole cavità: la Tana della Volpe e il riparo del Belvedere, anche in quest’ultima grotta sono stati rinvenuti tracce della presenza umana nel Paleolitico medio.

Proseguendo ancora per pochi metri si perviene al termine della cengia ove una scala a pioli ancorata alla parete dolomitica consente la risalita sino all'aereo rifugio costruito dal Gruppo Archeo-Speleologico di Borgosesia (700 m). Dal terrazzo del rifugio si può godere di un magnifico panorama sulla media valle del Sesia e sulle montagne valsesiane (Monte Rosa) e biellesi. Inoltre si possono osservare uccelli tipici delle falesie come il falco pellegrino e altre specie assai rare a livello locale come il picchio muraiolo e la rondine montana.

Ritornati al sentiero principale si prosegue la discesa lungo un ripido canalone in roccia sino al bivio che conduce al Ciotarun (650 m)

La distribuzione altimetrica delle principali cavità a sviluppo orizzontale denuncia un forte controllo stratigrafico, essendo legata preferenzialmente alla porzione sommitale, più calcarea, della Dolomia di S. Salvatore. La circolazione idrica all'interno del complesso dolomitico, tra la parte superficiale e i diversi complessi di grotte, è invece controllata strutturalmente da due sistemi di fratture parallele ai sistemi tettonici della Cremosina (a direzione 60° N) e della Colma (a direzione media 150° N).

Poiché questi sistemi di faglia risultano attivi anche durante l'orogenesi alpina in età oligo-miocenica (36-5,2 Ma) la genesi del sistema carsico può essere molto antica e lo sviluppo embrionale delle cavità può essere avvenuto in contesti climatici e paleogeografici diversi da quelli attuali.  Il riempimento delle grotte è costituito da un crostone stalagmitico superficiale, e da una potente serie sabbioso-limosa in cui s’intercalano livelli con un’elevata frazione clastica dolomitica. Il pozzo Conti, scavato nella parte vestibolare del Ciutarun sino ad una profondità di 9 metri, non ha intaccato il basamento dolomitico della cavità. La parte superiore dei depositi di riempimento è caratterizzata dalla presenza di materiale fossilifero composto principalmente da micro e macro fauna quaternaria, fra i quali si ricordano l’orso delle caverne ed il leone delle caverne e di materiale antropico, costituito perlopiù da selci ed ossa lavorate utilizzate come strumenti di lavoro e di offesa.

Sotto la parete dolomitica su cui insistono le grotte il sentiero attraversa un ampio popolamento di felce scolopendra. Man mano si osservano poi altre specie rare, come l’erba di S. Giovanni irsuta o appariscenti, come la già citata arabetta maggiore, la dentaria pennata e la betonica alpina. Nella parte inferiore della zona boscosa s’incontra una nuova specie, rara nel resto della Valsesia, l’erba fragolina, un’ombrellifera particolarmente elegante.

In questo settore s’incontrano pure uccelli forestali tipici dei boschi radi su suoli superficiali: il luì piccolo, la cinciallegra, lo zigolo muciatto. 

 

Fenera S. Giulio

Ritornati sul sentiero principale si scende infine al vasto pianoro alle spalle della frazione Fenera S. Giulio (414 m) caratterizzato da meleti, prati e orti. In questi ambienti antropici, soprattutto lungo la zona di transizione tra due ambienti diversi come il prato e il bosco, troviamo un’interessante varietà di vertebrati. Fra i rettili il ramarro, il biacco, il saettone e l’orbettino. Fra gli anfibi la rana rossa, la raganella e il rospo. Fra gli uccelli il frosone, il picchio verde, il codibugnolo, lo sparviere, il codirosso e il verzellino. Fra i mammiferi il topo campagnolo, lo scoiattolo, il tasso e la faina e la volpe. Gli animali utilizzano il bosco quale luogo di rifugio e le coltivazioni quale luogo per la ricerca del cibo.

Dalla piazza dell'abitato di Fenera S. Giulio si prende a sinistra il sentiero che porta alla frazione Fenera di Mezzo, quindi alla sede del parco, a Fenera Annunziata, e da qui si può ritornare al punto di partenza dell'itinerario.

Testo e immagini tratte da:

Fantoni R., Bini A., Bordignon L., Cerri R., Cossutta F., Decarlis A., Dellarole E., Ghielmetti E., Rotti G., P. Sebastiani P., Soldano A., Testa P. e Tosone S. (2005). Guida ad un’escursione sul Monte Fenera. In Fantoni R., Cerri R. e Dellarole E. (a cura di), “D’acqua e di pietra. Il Monte Fenera e le sue collezioni museali”, Magenta, pp. 271-280

 dal sito www.montefenera.org