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1-Arrivederci Nino

2-La grande vocazione

3-Le porte dell'inferno

4-Ma tei propi ti, Nino?

5-L'epilogo

6-Conclusione

   
     

1 - ARRIVEDERCI, NINO...

 

Fin da piccolo, Nino crebbe immerso nella natura e nel verde dei boschi che circondavano “il Belvedere”, la sua casa, nella quale era nato il 18 gennaio 1916, in piena grande guerra. Il padre, Giovanni, quasi quarantenne, era stato richiamato dall’esercito a combattere per “i sacri valori della patria”. Nino viveva con sua mamma, Quintina detta Quinta, sua nonna Vittoria e la sorella Vittorina, più grande di 8 anni, coccolato e vezzeggiato come un principino.

Terminato il conflitto mondiale e tornato il padre alle normali attività di operaio di fabbrica, dopo qualche tempo una tragedia terribile si abbatté sulla famiglia: la morte repentina e prematura, per cause naturali, ma mai del tutto chiarite, dell’adorata sorella Vittorina che aveva allora 13 anni. In seguito, secondo i racconti di mamma Quinta, si ipotizzò che Vittorina si fosse spaventata, mentre era in paese, per l’imbizzarrimento di un cavallo. Tuttavia è chiaro che il motivo di una fine così tragica aveva cause più serie, forse sconosciute, dato che a quei tempi la medicina non aveva certamente raggiunto le conoscenze attuali.

Il tragico epilogo di quell’episodio, lasciò dunque sgomenti e annichiliti i poveri genitori, che riversarono sull’unico figlio rimasto tutto il loro amore affinché egli crescesse forte, sano e in grado di affrontare la dura vita di quei tempi in cui lo stato di povertà toccava la maggior parte della popolazione e il lavoro scarseggiava. Inoltre la situazione sociale e politica del paese era in fermento e il fascismo bussava alle porte.

   

Famiglia di ispirazione socialista, papà Giovanni e mamma Quinta non vedevano di buon occhio quell’omaccione corpulento e pelato, con gli occhi spiritati, che gridava come un ossesso e prometteva un futuro roseo all’Italia a colpi di olio di ricino e manganellate, con il beneplacito delle istituzioni sabaude.

Giovanni però era uno che non si occupava di politica attiva, pur avendo le sue idee. Grande e onesto lavoratore proveniente dalla Liguria, in. seguito era emigrato in Francia dove aveva conosciuto Quinta, di 10 anni più giovane. Ciononostante, i fascisti locali, in un paio di occasioni, lo avevano minacciato e avevano tentato di picchiarlo perché avevano capito che “non era dei loro”.

 

 

 

 

 

 

 

papà Giovanni

La moglie, affranta per quanto stava accadendo al marito, decise così di rivolgersi al capo locale delle squadracce, giovane rampollo di una ricca famiglia del paese che amava viaggiare su un’auto rossa scoperta chiamata “la disperata”, e gli fece le dovute rimostranze, ponendo l’accento sul fatto che Giovanni non faceva politica, ma badava innanzitutto al lavoro e al mantenimento della sua famiglia.

Nonna Vittoria

in piedi, Quinta

(a sinistra) Nino in fasce

e la sorella Vittorina

L’uomo capì e rassicurò Quinta dicendole che nessuno l’avrebbe più importunato. Per inciso, questo personaggio, che nel ’22 comandava le squadracce della valle ed era soprannominato trucemente “il lupo della Valsesia”, durante gli anni del regime ebbe dei problemi giudiziari, per motivi personali, quindi, caduto in disgrazia, era poi diventato, negli anni della Resistenza, uno che in più occasioni aveva aiutato i partigiani.

In seguito avvenne un altro fatto doloroso che Nino avrebbe poi ricordato con commozione e nostalgia per tutta la vita: la perdita della cara nonna Vittoria. Fu per lui un trauma doloroso, tale era l’attaccamento e l’amore che nutriva per lei, che, in un certo senso, era stata come una seconda mamma, essendo la sua spesso impegnata al lavoro giù in paese.

Nino frequentò la scuola dell’obbligo fino alla 5a elementare, dopodiché andò a lavorare in fabbrica, perché questo era il destino della maggior parte dei giovani di allora, in un’Italia povera e perlopiù agricola, dove l’industrializzazione. che oggi conosciamo, era solo una lontana prospettiva. In seguito alla crisi del ’29, poi, tutto divenne ancora più difficile e il lavoro cominciò a scarseggiare veramente, mentre cominciavano a soffiare i venti di guerra.

Il giovane Nino cresceva, il lavoro scarseggiava, i soldi erano pochi e le prospettive fosche. Gli unici svaghi dei giovani consistevano nel ritrovarsi tutti insieme nella piazza del paese, a sognare e a fantasticare su un futuro immaginario, che avrebbe dovuto, per forza di cose, essere migliore.

Verso i 18 anni, Nino iniziò una storia d’amore, che avrebbe poi contraddistinto tutta la sua vita, con una ragazza del paese molto carina, di nome Lina, di quattro anni più giovane di lui. Le loro famiglie, proprio perché era un piccolo paese, si conoscevano da sempre.

Nino

Lina

   

Pur fra alti e bassi, nacque veramente un grande amore, che tuttavia tocco' il suo punto più “basso” alla partenza di Nino per il militare, quando egli disse chiaramente alla giovane amata che doveva considerarsi libera da qualsiasi impegno, poiché lui partiva e non sapeva quando, come e se sarebbe ritornato.

Fu una decisione presa a malincuore, ma egli riteneva che non fosse giusto e onesto tenere legata quella ragazza, a cui voleva bene e che lo amava, mentre lui era lontano.

Vista la situazione generale del paese e la scarsità e la precarietà del lavoro, Nino, insieme ad altri due amici, aveva deciso, anche su consiglio di conoscenti, di fare domanda per arruolarsi nella Guardia di Finanza.

Le forze armate e quelle di polizia, in quel momento, rappresentavano l’unica fonte di lavoro sicuro e ben pagato, inoltre reclutavano abbastanza facilmente i giovani che facevano domanda di entrare nelle loro file, che accettavano la dura disciplina militare e non avevano tanti grilli per la testa.

Per uno come lui, poi, che aveva sempre praticato lo sport, e in particolare lo sci (gli sci e i relativi attacchi se li era costruiti da sé con la legna del bosco e la sua creatività), non fu difficile superare la selezione insieme da un altro amico fraterno che abitava in un paese vicino.

Il terzo amico che aveva fatto domanda di arruolamento, si era ritirato all’ultimo istante perché aveva riflettuto sulla durezza della disciplina militare e non si era sentito il coraggio di affrontare quell’avventura.

   
 

2 -LA GRANDE VOCAZIONE                      

Nel corso della sua vita, Nino amava ripetere spesso che a quei tempi “si era poveri, non si aveva nulla, ma ci si divertiva con niente; non c’erano tante smancerie, come adesso…”. Tutto ciò era vero, soprattutto nel piccolo ambito di Quarona, il suo paese. Allora la gente era solidale, l’amicizia era un valore condiviso, la gente sapeva che per “mangiare” bisognava lavorare, e sodo, e i ragazzi, perlomeno i figli del popolo, sapevano che dopo la 5a elementare li aspettava il lavoro, spesso un lavoro duro, in fabbrica, che avrebbe fornito loro un’anteprima di quella disciplina che avrebbero appreso poi con il servizio militare.

Egli era, come dicevo, un ragazzo molto sportivo, praticava lo sci, ma non solo. Si distingueva anche in altre attività. Per raggiungere le piste da sci si sobbarcava ore e ore di sgroppate, con i suoi amici, attraverso i sentieri della valle, sci e zaino in spalla, sino all’agognata meta, in cima, sul Monte Tovo.

Come tutti ben sanno, il regime aveva stabilito che il sabato tutti i giovani dovevano recarsi al campo sportivo per fare attività fisica; era il famoso "controllo sulla gioventù" che lo Stato imponeva a tutti i ragazzi i quali avevo l’obbligo di presentarsi in divisa: i più piccoli con quella da balilla, i più grandicelli vestiti da avanguardista e le femmine con la tenuta delle “piccole italiane”. Gli esercizi consistevano in interminabili marce, un iniziale addestramento di tipo militare per forgiare “la bella gioventù” che in futuro avrebbe dovuto difendere la patria.

Nino, essendo un ragazzino che ancora non comprendeva bene le finalità del regime, dapprima vi partecipava molto volentieri tanto che arrivò addirittura a recarsi a Roma per prender parte ai famosi “campi dux”, dove si ritrovavano i migliori giovani atleti d’Italia.

Giovanni, suo padre, quando al sabato lo vedeva pieno di entusiasmo vestirsi di tutto punto, da piccolo con la divisa di giovane balilla e poi con quella di avanguardista, gli diceva ironicamente, in dialetto “tit vestisi da paiasc..?”. Per chi non l’avesse compreso, vuol dire: “Ti stai vestendo da pagliaccio ?”. Gli anziani, come suo padre, sapevano come si era imposto il fascismo, conoscevano i sistemi sbrigativi e coercitivi, le violenze che erano state perpetrate per costringere gli italiani ad accettare la dittatura, e comprendevano che tutta quella retorica, quello sfoggio di patriottismo avrebbe portato, di lì a non molto, a qualcosa di serio e per nulla piacevole, come lo scoppio di una nuova guerra. Tale timore era accresciuto dalla continua propaganda, dalle tensioni che si avvertivano e dai discorsi degli adulti.

La crisi imperversava, e anche la situazione politica internazionale destava non poche preoccupazioni. Nino passava spesso le sue giornate a passeggiare nei boschi intorno a casa, avanti e indietro, guardando pensieroso verso il paese e alla domanda di mamma Quinta, sul perché non scendeva in paese a fare due passi, rispondeva: "Cosa scendo a fare, mamma, che non ho nemmeno i soldi per comprarmi cinque sigarette?". La Guardia di Finanza fu dunque l’ancora di salvezza, il possibile riscatto da una vita che stava diventando sempre più difficile.

Nel 1936, all’età di vent’anni, superata la selezione, Nino partì, insieme al suo amico fraterno, diretto alla gloriosa Scuola Alpina di Predazzo. L’impatto fu subito degno di una vita militare che si rispetti. Ad accoglierli, sulla porta della caserma al grido di “avanti caproni!”, c’era il brigadiere addetto all’addestramento delle reclute. Fu un’accoglienza di certo non molto piacevole, anche se, su questa momentanea sensazione, prevalse subito la ragione ed il pensiero che questa era stata una loro scelta, fatta in assoluta libertà, anche se imposta dalle condizioni generali di povertà nelle quali versava l’Italia in quel momento.

 

 

 

 

 

 

 

Papà Giuseppe detto Pinot

Concluso l'addestramento a Predazzo, Nino venne assegnato a Trieste, dove svolse servizio presso i locali Cantieri Navali di Monfalcone. Trieste fu una città che amò moltissimo, per l'innegabile bellezza, per il mare e per la contagiosa allegria della sua bellissima gioventù che a quel tempo la popolava. Ragazzi e ragazze giravano per la città spensierati, tenendosi per mano, cantando e scherzando con entusiasmo. Quando ne parlava ricordandola, Nino emetteva come un sospiro, "Ah, Trieste...!" esclamava. Là infatti, mentre era nella Guardia di Finanza, aveva vissuto uno dei periodi più belli della sua vita.

Lina, moglie di Nino, era nata il 18 agosto 1920, da Giuseppe, detto Pinot, e da Maria. Era una ragazza molto sveglia e intelligente che, se la situazione economica della famiglia l’avesse consentito, avrebbe desiderato studiare e diventare maestra, ma, come si è ben compreso, quei particolari tempi, non consentivano ai “figli del popolo” di elevarsi culturalmente.

Per loro, alla fine della scuola dell’obbligo, c’era quasi sempre l’ingresso nel mondo del lavoro, nella fattispecie rappresentato dalla fabbrica tessile che c’era in paese.

Nel 1923 a Lina nacque un fratellino, Giovanni, che ebbe subito problemi seri perché colpito da una grave forma di enterite che, per un po’, fece temere per la sua vita. Dopo qualche mese di apprensione, il piccolo cominciò a migliorare e pian piano guarì e divenne un bimbo molto vivace e, per certi versi, anche un po’ monello.

Giovannino frequentò le scuole elementari controvoglia, con scarso profitto. Il maestro si lamentava spesso con i genitori, della scarsa attitudine allo studio del bambino che pareva avere altri interessi. Gli piaceva giocare, divertirsi, ma svolgeva anche le funzioni di chierichetto, nella parrocchia del paese, e non mancava mai alla messa domenicale.

La famiglia, di ispirazione cattolica, pur se non bigotta, aveva idee vagamente socialisteggianti, ma la messa domenicale restava un rito irrinunciabile.

 

 

  

Mamma Maria

 

Va inoltre ricordato che, nei giochi fra bambini, in cui ognuno recitava una parte, chi il marito, chi la moglie, Giovannino amava sempre assumere la parte del prete. Quando gli veniva chiesto cosa gli sarebbe piaciuto fare da grande, rispondeva che avrebbe fatto proprio il prete, scatenando l’ilarità degli amici, dei parenti e dei famigliari. Considerate le scarse possibilità economiche, la sua poca voglia di studiare e l’altrettanto poca dimestichezza della famiglia con le cose religiose, tutti ritenevano che fosse il classico capriccio infantile che non avrebbe sortito alcunché.

In famiglia, l’unica che gli dava retta era la cara sorella Lina che, pur prendendolo in giro anche lei, lo ascoltava e, per certi versi, lo incoraggiava.

Terminate le elementari, con il profitto che ben conosciamo, Giovanni aveva mantenuto l’idea di divenire prete e papà Pinot, il più agguerrito contro questa ipotesi, cercava di fargli capire che ciò non era possibile, per tanti motivi, ma innanzitutto per la sua scarsa voglia di applicarsi nello studio. Tentò anche di spiegargli che, pur con dei sacrifici, avrebbe potuto proseguire gli studi, facendo magari dell’altro, ma non per diventare prete. Giovannino però era irremovibile

Lo stesso maestro che lo aveva avuto come alunno alle elementari, mise in guardia la famiglia sottolineando il fatto che, negli anni precedenti, era apparso poco o nulla interessato alle attività scolastiche.

Ma come ben sappiano, a quell’età specialmente, ma anche in fase adulta, accade spesso che, se si è ben determinati a raggiungere un obbiettivo, e si è pervasi da un’autentica vocazione, quale che sia, non conta più quello che si è stati e che si è fatto mentre diventa prioritario ciò che ci si è prefissi. Le discussioni, in famiglia, divennero sempre più frequenti, ma la determinazione di Giovanni rimase altrettanto forte.

Egli sosteneva che avrebbe certo studiato, se era questo che si voleva da lui, ma lo avrebbe fatto solo per diventare prete. In caso contrario sarebbe andato in fabbrica a lavorare come operaio, seguendo il destino della maggior parte dei giovani. Il veto famigliare rimase inalterato e così il ragazzo iniziò a lavorare da uno zio che possedeva un’attività nel paese.

La sorella Lina era dalla sua parte, anche se comprendeva che sarebbe stato difficile convincere il padre. Intanto Giovanni era molto attivo nella parrocchia del paese dove continuava le sue mansioni di chierichetto alle quali non mancava mai.

Quando compì 15 anni, il suo desiderio era vivo più che mai e il parroco del paese, chiamato Arciprete, comprendendo che si trattava di una fortissima vocazione, spiegò alla famiglia la realtà delle cose. Papà Pinot, pur riluttante, a quel punto si lasciò convincere e permise che il suo unico figlio maschio entrasse in seminario.

     Era il 1938. La mattina in cui Giovanni partì dal paese, accompagnato dai suoi genitori e dalla devota sorella Lina, ci fu un estremo tentativo da parte del padre di convincerlo a non partire, ma egli, ancora una volta fu irremovibile. Lina, negli anni successivi, amava ricordare quella mattina quando papà Pinot, sulla porta d’ingresso del seminario dove il figlio stava per entrare, gli disse, nel loro dialetto: “Giovanni, torna indietro…”, in tono quasi supplichevole, ma egli, con il volto sereno e sorridente di giovane adolescente, ma con un’enorme dolcezza nello sguardo, con l’indice della mano gli fece cenno di “no”.

Durante il Liceo, frequentato in seminario, Giovanni risultò essere il migliore degli studenti e la dimostrazione fu che, quando la sorella Lina, vedendo tutti voti altissimi e solo un 7 in italiano, chiese spiegazioni all’insegnante, questi le rispose che era da anni che non dava un voto così alto in quella materia.

Nel frattempo, Lina, che dopo le elementari aveva lavorato pure lei, nella fabbrica tessile del paese, decise, in accordo con i genitori, di diventare infermiera generica per poi essere assunta all’ Ospedale di Arona, cittadina nella quale c’era il seminario dove Giovanni studiava. Siamo intorno al 1940. Nino da quattro anni ormai aveva intrapreso la carriera militare nella Guardia di Finanza e a casa non era più ritornato. Intanto la crisi incombeva e i venti di guerra soffiavano sempre più impetuosi.

 

Don Giovanni Francone

 

 

3 - LE PORTE DELL'INFERNO                                                                                    

Allo scoppio del conflitto, nel giugno del 1940, Nino si trovava di stanza a Sanremo. Giunse la mobilitazione anche in Italia, nel 1941, e inizialmente i militari partivano per “destinazione ignota”, ma successivamente si seppe che era la Grecia, esattamente il Peloponneso. Quella guerra, voluta dal duce, alleato di Hitler, si sarebbe dovuta concludere in breve tempo, la famosa “blitzkrieg”, dopo aver “spezzato le reni” del paese balcanico. Purtroppo sappiamo tutti molto bene come andò a finire.

A quel punto, Nino, con un estremo tentativo di evitare di essere spedito in zona di guerra con tutti i rischi che ne sarebbero seguiti, fece, insieme ad altri colleghi, domanda di congedo. Ovviamente, non fu accettata per motivi bellici e non poteva che essere così, con una guerra in atto, nella quale l’Italia giocava una parte importante.

Quando, in tempi successivi, Nino si trovò a ricordare questo periodo, ebbe sempre parole di elogio e rispetto verso i greci, ritenuti da lui un popolo molto fiero e orgoglioso, gente di mare, pescatori, che vivevano però in un’estrema povertà.

Chi ha potuto vedere il film “Il mandolino del capitano Corelli”, di John Madden con Penelope Cruz e Nicholas Cage, può senz’altro farsi un’idea delle vicissitudini delle truppe italiane in quella terra.

Durante la sua permanenza nel paese balcanico, Nino fu colpito dalla malaria, vero flagello di quegli anni, che, contratta nella forma maligna, poteva portare alla morte. L’unica cura consisteva nell’assumere il chinino, ma quando le febbri lo coglievano viveva momenti veramente drammatici.

Alla dichiarazione dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943, egli si trovava ricoverato per la malaria nell’Ospedale di Nauplia, e i tedeschi, fino a quel momento alleati, iniziarono a catturare come prigionieri di guerra i soldati italiani sparsi sul fronte balcanico, che da quel momento vennero ritenuti “badogliani” e quindi traditori.

Presero anche Nino e lo caricarono, insieme ad altri sfortunati, su un vagone piombato con destinazione Kapfenberg, nei pressi di Graz, in Austria, la nazione annessa nel 1938 e facente parte a tutti gli effetti del 3° Reich.

In seguito Nino raccontava che i tedeschi curavano i prigionieri colpiti dalla malaria, in parte perché la temevano, ma soprattutto, fatto più plausibile, perché avevano bisogno di manodopera per i loro campi di lavoro.

In Austria, si trovò in compagnia di altri prigionieri, militari di diverse nazionalità, e fu costretto a lavorare per 12 ore al giorno nelle Acciaierie Boehler, dove venivano costruite le bocche da fuoco per i carri armati.

Inutile parlare del trattamento al quale questi prigionieri erano sottoposti! Basti pensare che italiani e russi erano i più maltrattati: oltre a lavorare duramente 12 ore al giorno, ricevevano un rancio a base di rape bollite, che col passare dei giorni divenivano nauseanti, ed una piccolissima fetta di pane nero con un filo sottilissimo di margarina.

Quando Nino raccontava queste cose, non riusciva a nascondere il proprio risentimento verso i tedeschi, rei di avere sempre agito con crudeltà e violenza verso i prigionieri, e ripeteva spesso che si comportavano come “bestie”. Descriveva le scudisciate e gli insulti che dispensavano in ogni momento della giornata, ma in particolar modo al risveglio, nelle baracche, al grido di “raus! raus!”, menando frustate a destra e a manca, per indurre i prigionieri ad alzarsi celermente dalle brande.

Un giorno, durante il normale svolgimento dell’attività lavorativa coatta, un compagno di sventura finì, per un banale incidente, dentro un forno e ci fu un tale trambusto che le guardie dovettero intervenire per sedare una sorta di ribellione da parte dei prigionieri, scossi per aver assistito alla tragica fine del loro compagno.

Nino, dal carattere orgoglioso, sempre ribelle alle prepotenze gratuite, guardò fieramente negli occhi un tedesco, il quale non sopportando questo atteggiamento, estrasse la pistola dalla fondina e gliela puntò minacciosamente, costringendolo a desistere. I tedeschi non sopportavano di essere guardati negli occhi dai prigionieri, lo consideravano un affronto.

Uno degli insulti che essi rivolgevano ai prigionieri era un termine, probabilmente dialettale e tipico della zona in cui si trovavano, che suonava pressappoco come “fanfluter..” o una cosa del genere, e gli italiani, in particolare, venivano etichettati con odio e sarcasmo con il termine “Badoglio”.

Nino ricordava un comandante del campo, originario dell’Alto Adige e membro delle SS, molto duro e particolarmente crudele, privo di un braccio. Questi, con l’unico braccio a disposizione, menava scudisciate da far fischiare l’aria urlando come un ossesso.

Le voci e le urla dei tedeschi, che gridavano sempre nella loro lingua dura e incomprensibile, con accenti da incazzati perenni, furono le cose di quel triste periodo che Nino ricordò maggiormente. La sua gioventù, come quella di tutta la sua generazione, fu bruciata, distrutta da una guerra assurda che due criminali, pazzi e sanguinari, avevano voluto combattere contro tutto e tutti.

Mentre i mesi si trascinavano, Nino scriveva ai genitori lettere in cui li tranquillizzava sulla sua salute e sulle sue condizioni generali, per non preoccuparli. In queste missive, ogni tanto, domandava notizie dell’amata Lina, che aveva lasciato alla partenza per Predazzo, nel ’36, ma che non aveva mai dimenticata. Voleva sapere come se la passava, cosa faceva e i genitori gli raccontavano che era andata a fare l’infermiera nell’Ospedale di Arona, città dove il fratello Giovanni studiava nel locale seminario.

In realtà, la vita malsana, il duro lavoro, le vessazioni, il dormire in baracche umide e fredde, specialmente d’inverno, il mangiare scarso avevano indebolito Nino fisicamente riducendolo piuttosto male. Ci fu un momento, durante la prigionia, che i fascisti italiani si presentarono al campo facendo propaganda e dicendo che, chi voleva, poteva arruolarsi nelle brigate nere della Repubblica Sociale di Salò, e così avrebbe potuto rientrare in Italia con la prospettiva di una paga abbastanza buona.

Alcuni accettarono, molti altri no, e Nino fu tra questi ultimi. Coloro che si staccarono dal gruppo ed accettarono le proposte e le lusinghe del regime, vennero etichettati dal resto dei prigionieri ribelli, al grido di “fascisti !”. Nino pensava “se il mio destino è quello di essere prigioniero, ebbene a quel destino voglio andare incontro…Quando la guerra finirà, se sarò stato fortunato, tornerò a casa, in caso contrario, pace, vorrà dire che doveva andare così”.

Un atteggiamento alquanto fatalista il suo, ma dentro di sé faceva di tutto per non lasciarsi abbattere, per resistere, perché, nonostante tutto, il sentore che la fine della guerra era ormai vicina, non era più un’illusione.

A questo punto va sottolineato il fatto che i tedeschi, accusati dal resto del mondo di maltrattare e sfruttare i prigionieri di guerra, decisero di trasformarli in lavoratori volontari. L’unica differenza con i veri volontari, e ce ne furono tanti in quegli anni che andarono in Germania a lavorare, era che questi, oltre ad essere pagati, erano abbastanza liberi, mentre i prigionieri continuavano, nei fatti, ad essere tali e quindi erano sfruttati e maltrattati a tutti gli effetti.

Un’altra cosa che Nino ricordava sempre con tristezza, era l’assenza, pressoché totale nel loro campo, della Croce Rossa internazionale. In seguito, invece, taluni sostennero che era presente nei lager. I momenti più duri e struggenti Nino li viveva alla sera quando, dopo una pesante giornata di lavoro condita dalle continue prepotenze e violenze del personale tedesco, si coricava esausto e tornava con il pensiero alla vita passata, al suo Belvedere, ai cari genitori e alla dolce e amata Lina. Quanti anni erano passati ! Chissà se avrebbe mai potuto rivedere tutte quelle persone care…

Gli passava davanti tutta la sua infanzia, l’adolescenza, i boschi attorno alla sua casa, che conosceva palmo a palmo, la fauna che li popolava, il cinguettio degli uccelli, gli animali che papà Giovanni e mamma Quinta accudivano…Galline, conigli, cani e gatti…L’uva della piccola vigna, piantata lungo il sentiero, dalla quale papà traeva un vinello leggero ma gradevole…I tanti amici, dei genitori e suoi, che spesso salivano a fare passeggiate nel bosco e si fermavano a chiacchierare e a bere qualche bicchiere della favolosa e freschissima acqua della sorgente che sgorgava dal lavatoio...

Rivedeva il sentiero che conduceva in paese e dal quale si risaliva, a piedi…E anche gli altri sentieri alternativi immersi in un bosco che davvero sembrava quello “delle fate”, tanto appariva incantato…E papà Giovanni che eseguiva tutte le cose, meticolosamente, al rientro dal lavoro in fabbrica, quando si dedicava al lavoro della terra e alla cura delle piante e degli animali..

Nino ripensava a ciò che amava per attingervi forza. Per lui il Belvedere rappresentava il suo angolo di paradiso e, per chi non conosce quei luoghi, bisogna proprio dire che era veramente così, e lo è anche ora, anche se non è più il posto vivo e pulsante di un tempo. Quando ci si arriva, par di entrare in una dimensione diversa, come se ci si staccasse dalla normalità per immergersi in un ambiente in parte ancora incontaminato, benché il paese non disti molto, tanto che lo si può scorgere ammirando un paesaggio incantevole e unico nel suo genere.

La vita di quei tempi non aveva le esigenze di oggi. Tutto era molto più semplice e l’esistenza era dura e impegnativa sotto molti aspetti; papà Giovanni era un uomo forte, abituato fin da giovanissimo, nell’entroterra della Liguria da dove proveniva, a lavorare la terra, insieme ai suoi numerosi fratelli, per sbarcare il lunario.

Sul finire dell’800, dopo aver constatato che nelle loro zone non c’era futuro, essi avevano deciso, come la maggior parte degli italiani, di emigrare in America, molto probabilmente in Argentina. Lui invece emigrò in Francia, nei pressi di Lyon, esattamente a Vienne Isère, dove svolse l’attività di ambulante.

In Francia, come in precedenza accennato, conobbe una ragazzina italiana, Quinta, di dieci anni più giovane di lui, che lavorava da alcuni parenti, anch’essi emigrati a Vienne Isère. I due si innamorarono e poi, nel 1906, si sposarono nella città di Lyon. Nel 1908 nacque la loro figlioletta Vittorina e, dopo avere abitato per un certo periodo a Genova, si trasferirono definitivamente a Quarona, in Valsesia, dove acquistarono il Belvedere che divenne la loro dimora definitiva.

Nino sapeva tutte queste cose e vi riandava con la mente per trovarvi la forza di resistere e il conforto. Era rimasto l’unico figlio di Giovanni e Quinta, dopo la prematura e drammatica morte della sorella Vittorina, che ricordava pochissimo per via della giovane età …Se ora anche lui fosse scomparso in quel campo tedesco, quale indicibile dolore avrebbero provato i suoi cari genitori !

Dopo lo sbarco in Sicilia, e successivamente in Normandia, gli Alleati iniziarono a bombardare massicciamente, con le loro fortezze volanti, il territorio germanico. Il ricordo di quei bombardamenti a tappeto ciclici, si è vividamente fissato nella mente di Nino.

Al rombo, dapprima sordo in lontananza, poi sempre più vicino e assordante, degli apparecchi che si avvicinavano al campo, i tedeschi fuggivano nei loro bunker e lasciavano ai pezzi della contraerea dei ragazzi, che verso la fine del conflitto erano spesso dei quindicenni, che piangevano di disperazione e di paura. I prigionieri uscivano dalle baracche per trovare scampo correndo nel campo all’interno del lager. Infine si udiva il deflagrare delle bombe sulla fabbrica, obiettivo degli alleati per piegare la resistenza tedesca.

Praticamente tutti i giorni era così. Tuttavia, se da un lato tutto ciò poteva preannunciare la possibile ed imminente fine della guerra, dall’altro accresceva l’angoscia per il timore che tutto potesse finire sotto un bombardamento alleato.

In quei due anni di prigionia, Nino aveva stretto amicizia con altri compagni di sventura ed in particolare con un giovane dell’esercito militare milanese, Mario, che negli ultimi mesi precedenti la fine delle ostilità, aveva allacciato una tenera amicizia con una ragazza austriaca, che spesso lo faceva uscire di nascosto dal campo, sfruttando il fatto che la vigilanza si era un po’ allentata dato che la situazione della Germania si stava volgendo al peggio.

Da notare, fra i tanti ricordi degli ultimi mesi di guerra, l’incontro inaspettato di Nino con due suoi amici del paese natio, che si trovavano in Germania come lavoratori volontari e che avevano libero accesso nei campi di lavoro.

Si può immaginare l’emozione dei tre giovani uomini nel ritrovarsi, a migliaia di km di distanza dal loro piccolo paese dove erano nati e cresciuti, nel cuore di un’ Europa in fiamme e in quella particolare situazione! Nino e i due amici, che in seguito divennero addirittura cognati, avranno certo pensato che il mondo non era poi tanto grande se il destino aveva permesso loro di ritrovarsi in simili, drammatiche circostanze.

 
   

 

4 - ...MA TEI PROPI TI, NINO ?...         

 

Mentre Nino soffriva una tremenda prigionia nel lager austriaco, i suoi genitori, Giovanni e Quinta, dovevano affrontare una vita abbastanza dura e di certo non facile sul Belvedere. Giovanni, che nel frattempo era andato in pensione dal lavoro in fabbrica, si dedicava esclusivamente al lavoro della terra, alla pulizia dei boschi, al mantenimento di una sorta di scalinata, da lui costruita con sassi e legna lungo tutto il sentiero principale. Nei punti più o meno impervi, vi aveva collocato un passamano in legno, in modo da dividere il sentiero dal fossato.

Come ricorderete, il Belvedere era una casa che si trovava, e tuttora si trova, immersa in una fitta boscaglia, ma in una posizione elevata di circa 200-300 metri rispetto al paese.

Per raggiungere il posto, dunque, bisognava inerpicarsi, a piedi, lungo un sentiero in salita che, in alcuni punti, appariva abbastanza tortuoso e accidentato. Durante la guerra di liberazione, quando, dopo l’8 settembre fascisti e tedeschi avevano preso possesso delle istituzioni e i partigiani tentavano, con azioni di guerriglia, di opporsi in qualche maniera, in questa casa abbastanza isolata, Giovanni e Quinta vivevano rischiando, col pensiero fisso al figlio lontano e prigioniero dei tedeschi.

Spesso capitava che squadre di partigiani si trovassero a passare da quelle parti e si fermassero, nascosti nel bosco, a scrutare con i binocoli giù verso il paese e verso la montagna antistante per studiare i movimenti dei reparti nazifascisti o qualche obbiettivo da colpire. I due anziani, spesso li aiutavano, magari offrendo loro qualcosa da mangiare e da bere, condividendo quel poco che avevano, o, a volte, quand’erano inseguiti dai fascisti, facendoli fuggire attraverso una porta che si trovava nel retro della cucina, così potevano nascondersi e mettersi in salvo attraverso il bosco.

Mentre loro vivevano pericolosamente questa fase della loro vita, arrivavano spesso le notizie di eccidi, di battaglie, di impiccagioni da parte dei nazifascisti che catturavano partigiani o renitenti alla leva presi in giro per la vallata. Questi territori, in seguito, divennero dei luoghi simbolo della Resistenza e la Valsesia in particolare, alla pari di altre vallate del nord Italia dove la guerra di liberazione ebbe luogo, fu insignita, nel 1971, della medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza. Furono moltissimi gli esempi di eroismo, di fronte alla barbarie nazifascista, e l’alto contributo di sangue versato da queste popolazioni per la causa della libertà.

Intanto, la giovane Lina, come ricorderete, aveva iniziato la professione di infermiera nell’ Ospedale di Arona, per stare accanto al fratello Giovanni che studiava nel seminario. Il fatidico 25 luglio 1943, quando il regime fascista crollò grazie alla votazione favorevole del Gran Consiglio per l’ordine del giorno Grandi, ella, entusiasta, inviò ai genitori, a Quarona, una cartolina su cui scrisse in bella vista “Viva l’Italia libera !”, volendo così significare che finalmente, dopo tre anni di guerra devastante, in cui moltissimi giovani italiani erano morti sui fronti greco, russo e albanese, e dopo vent’anni di tirannia, forse si poteva voltare pagina e intravvedere una nuova alba di libertà.

Ma, come ben si sa, il peggio doveva ancora venire…La perdita dell’Africa, lo sbarco anglo-americano in Sicilia, nel luglio del 1943, ed i massicci bombardamenti delle città italiane, costrinsero il governo,  alla testa del quale Badoglio aveva sostituito Mussolini

(rimasto legato ad Hitler e perciò fatto arrestare dal re e rinchiuso al Gran Sasso), a chiedere l’armistizio che fu reso noto alla nazione il fatidico 8 settembre del 1943.

Era la decisione obbligata, a causa delle circostanze, di uno stato sovrano che aveva il diritto ed il dovere di provvedere alla propria salvezza.

Proditoriamente, calpestando ogni principio di diritto internazionale, Hitler, da feroce dittatore qual’era, reagì all’armistizio italiano con l’invasione militare della penisola. Le forze armate italiane attaccate di sorpresa dal più efficiente esercito tedesco, si difesero come poterono. Moltissimi soldati e ufficiali italiani furono massacrati nei bombardamenti o addirittura fucilati dai tedeschi dopo che erano già stati costretti a deporre le armi.

Seicentomila (600.000) fra soldati e ufficiali italiani, furono deportati nei campi di concentramento della Germania nazista.

Anche se venne loro offerta la libertà, se si fossero arruolati a fianco dei tedeschi, quasi tutti i soldati rifiutarono. Più di 30.000 di essi perirono di stenti nei campi di sterminio.

Fra quei combattenti, tra quegli eroici caduti e fra i deportati, non pochi appartenevano alla Guardia di Finanza, della quale Nino faceva parte. Soprattutto in Albania, in Grecia e nelle Isole Greche, in particolare a Corfù e a Cefalonia, i finanzieri si batterono valorosamente contro i nazisti. Molti caddero con le armi in pugno, molti altri furono fucilati dai tedeschi.

A questo punto, nel nord Italia, ebbe inizio la guerra di resistenza, nella quale giovani e meno giovani, studenti, operai e militari fuggiaschi, , stanchi del fascismo e della guerra, all’indomani dell’8 settembre, iniziarono a fuggire sulle montagne organizzandosi in squadre, decisi ad opporsi ai nazifascisti con le armi.

Le autorità di Salò iniziarono a reclutare coattamente i giovani da arruolare nell’esercito repubblichino, precisando che chi non si fosse presentato alla chiamata sarebbe stato fucilato per diserzione. Molti giovani si diedero alla macchia, molti altri si nascosero in qualche maniera o cercarono di passare il confine in una sorta di “si salvi chi può”…Giovanni, il fratello di Lina, che nel 1938 aveva deciso di entrare in seminario, venne a sua volta chiamato alle armi.

Un giorno, mentre si trovava in permesso nella casa paterna, insieme alla sorella Lina e ai genitori, le autorità nazifasciste si presentarono insieme ai carabinieri del paese. Il motivo nasceva dal fatto che egli non si era presentato alla chiamata.

Lina avrebbe per sempre ricordato nitidamente quel giorno, quando Giovanni scese dalla sua camera, vestito da seminarista, esibendo i documenti che lo esoneravano dal prestare il servizio militare…Fu un momento drammatico ed emozionante, per tutta la famiglia, vedere quegli uomini armati nella propria casa che accusavano il ragazzo di diserzione.

Davanti alla documentazione e dopo aver effettuato i relativi riscontri, i militari desistettero e se ne andarono, ed è proprio il caso di dire, “con le pive nel sacco”.

Lina continuava a svolgere la sua attività di infermiera nell’Ospedale della bella cittadina sulle rive del Lago Maggiore e le accadeva spesso, a rischio di rappresaglie di tedeschi e fascisti, di dover ricoverare, di nascosto, perché feriti in combattimenti, giovani partigiani, renitenti alla leva, che se fossero stati presi sarebbero andati incontro o alla fucilazione o alla deportazione in Germania. In caso di cattura, comunque, era quasi sempre la fucilazione la prassi più diffusa. Lina ricordava i canti dei partigiani che udiva in lontananza, specie negli ultimi mesi di guerra, canti che poi sono divenuti celebri e che ora tutti conosciamo molto bene.

Visse pure lei dei momenti difficili, per non dire brutti, in quel periodo, quando venne colpita da febbre tifoidea a causa del lavoro che svolgeva all’interno dell’Ospedale. A quei tempi non era come oggi, che gli operatori sanitari, a contatto con ogni tipo di malattia, in particolar modo di tipo infettivo, vengono vaccinati per preservarli da possibili contagi.

Lei raccontava di avere contratto il tifo, in seguito alla vestizione di una ragazzina, di nome Bianca, ricoverata e poi morta di tifo. Ricordava di essere stata molto male e che il personale medico e le suore, che a quel tempo svolgevano mansioni di capo sala e infermiere professionali nelle corsie con l’ausilio di personale civile, come lei, si erano prodigati nelle cure, salvandole la vita.

Quel periodo ospedaliero, per lei rimase sempre uno struggente ricordo, intriso di nostalgia e rimpianto per una professione che avrebbe voluto continuare, anche dopo la guerra, ma che per tanti motivi, soprattutto familiari, non poté proseguire.

Avrebbe ricordato sempre quell’ambiente in cui aveva lavorato con passione, anche se il periodo non era stato tra i migliori: una guerra civile in atto e il rischio continuo che potesse accadere qualcosa di grave e irreparabile. Tuttavia l’ottimo rapporto con le suore, i medici, gli ammalati, le colleghe e la vicinanza all’amato fratello Giovanni nel vicino seminario, avevano sempre costituito l’aspetto positivo che era prevalso sui momenti tristi. Inoltre c’era sempre il pensiero rivolto al caro Nino, che non aveva più visto ormai da quasi dieci anni !

Chiedeva notizie di lui ai suoi famigliari, aveva saputo che era prigioniero in Germania e si chiedeva se avrebbe mai potuto riabbracciarlo. Intanto lei, pur avendo simpatia per alcuni ragazzi che lavoravano in ospedale, non voleva, o non riusciva mai a legarsi a nessuno. Forse perché, nel profondo di se stessa, custodiva la speranza che, in un modo o nell’altro, avrebbe riallacciato l’antico rapporto, una volta che la guerra fosse finita. Altri tempi, altra mentalità, altro contesto! Oggi, forse, o meglio, quasi certamente, simili sentimenti non esistono più, se non in rarissimi casi.

Quando finalmente giunse la primavera del ’45 e l’esito della guerra apparve irrimediabilmente segnato per la Germania, si cominciò a respirare un’aria diversa. I tedeschi iniziavano a ritirarsi, non senza commettere ulteriori atrocità, mentre gli alleati, provenienti da sud, occupavano progressivamente tutta la penisola; Hitler, conscio che tutto era perduto, si suicidava nel bunker della cancelleria di Berlino; Mussolini veniva giustiziato dai partigiani a Giulino di Mezzegra. Il CLN, con l’appoggio alleato, prendeva possesso dei centri nevralgici e delle principali città italiane e non mancarono, in taluni casi, anche certe “rese dei conti”.

Nel campo di Kapfenberg, in quella tumultuosa primavera, i prigionieri temevano sempre una reazione tedesca agli avvenimenti a loro sfavorevoli, dato che il Reich non voleva lasciare prove delle sue nefandezze. Tutti erano tormentati da pensieri angosciosi che si accavallavano nelle loro menti, e la paura cresceva man mano che giungeva voce, via radio lager, che in altri campi i nazisti avevano agito così. Ma ciò non accadde. Ad un certo punto venne comunicato ai prigionieri che da quel momento erano liberi, che la guerra era finita e che potevano tornare a casa.

Nino, allora, si mise in contatto con l’amico Mario, di Milano, quello che si era innamorato della ragazza austriaca, e gli domandò se sarebbe rientrato In Italia con lui. Mario rispose che sarebbe rimasto lì, che voleva bene a quella ragazza e alla sua famiglia, che in quegli ultimi tempi lo avevano preso a ben volere e rifocillato e che provava un senso di riconoscenza verso di loro.

Nino capì e i due amici si abbracciarono intensamente e con le lacrime agli occhi, tanta era l’emozione per quello che avevano vissuto insieme, si dissero addio. Non si rividero mai più, ma ogni tanto Nino ricordava con emozione l’amico e a volte avrebbe voluto tentare di ricontattarlo, ma una volta non era come oggi che abbiamo internet con cui è anche possibile cercare e ritrovare qualcuno che non si vede da una vita. Allora tutto era più difficile e il ricordo delle indicibili sofferenze subite, spesso, prevaleva sul desiderio di cercarlo.

Ritrovò, invece, gli altri due amici della sua Quarona, Pierino ed Ercole, che si erano recati in Germania come lavoratori volontari, dei quali ho narrato in precedenza, ed insieme iniziarono, con i loro zaini sulle spalle e pieni di pidocchi, il viaggio di ritorno in treno. Nella tappa di avvicinamento al confine italiano poterono osservare le devastazioni dai bombardamenti alleati sulla Germania. Poco era rimasto in piedi, si vedeva una desolazione pressoché assoluta, negli occhi della gente si leggeva una disperazione difficile da spiegare a parole perché sul volto dei tedeschi era impresso tutto il dramma della disfatta…

Giunti al confine italiano, salirono dei partigiani per chiedere se fra di loro si nascondeva qualcuno che, quando erano rinchiusi nel campo, aveva collaborato in qualche modo con i nazisti.

Effettivamente qualcuno c’era. Quando a Kapfenberg erano saliti sul treno, due o tre ragazzi in abiti civili erano andati loro incontro ed essi li avevo riconosciuti perché erano stati fra le guardie tedesche del loro campo, con tanto di divisa. Erano ragazzi che parlavano correttamente l’italiano, ma che là, in quell’inferno, non avevano mai rivolto loro la parola, benché i prigionieri avessero avuto il sospetto che fossero italiani.

Una volta, per prova, rivolsero ad una guardia una certa parola, in italiano, uno di questi si girò automaticamente, dimostrando così chiaramente di avere capito.

Ci chiesero dunque di farli salire, di non dire niente ai partigiani quando saremmo arrivati al confine, dissero che era stata la guerra a renderli così e chiesero di perdonarli. La sorpresa di Nino e degli altri fu grande, ma, dopo un iniziale sconcerto e disappunto, decisero di tacere ai partigiani la verità. Ma sì, che potessero anche loro tornarsene a casa, dalle loro famiglie !

La guerra era finita e, nonostante le innumerevoli sofferenze e umiliazioni patite, bisognava dimenticare al più presto. Nino, a questo proposito diceva “ Se li avessimo denunciati, avremmo avuto sempre un grande rimorso di coscienza al pensiero di averli fatti fucilare, anche se si erano comportati da cani…”.

Attraversato il confine i tre giovani reduci, videro, schierati all’esterno della stazione, alcuni reparti delle truppe alleate, armate di tutto punto, con equipaggiamento e mezzi mai visti in Italia. Allora si resero conto del motivo per cui l’Asse aveva perso la guerra: troppa la differenza dei mezzi a disposizione degli alleati, lo spiegamento di forze, la loro potenza, anche economica, al confronto con gli eserciti europei. Già lo si era capito nell’inferno di Kapfenberg, con quei continui, massicci e martellanti bombardamenti sulla fabbrica, ora, lì, a guerra ormai conclusa, lo si poteva notare in tutta la sua eloquenza.

Un fatto curioso avvenne nel tragitto verso casa. Un controllore delle FS salì sulla carrozza dove si trovavano Nino, Ercole e Pierino e altri ex internati e constatando che nessuno, ovviamente, aveva il biglietto di viaggio, fece parecchie storie minacciando di stilare un verbale per poi far pagare loro una contravvenzione. A quel punto, un distinto signore, che viaggiava nello stesso convoglio, si rivolse al controllore, chiedendogli se non si vergognava di fare tante rimostranze a quei poveri giovani, che lui sapeva da dove venivano e cosa avevano passato. Ne nacque un’animata discussione, che si risolse in un nulla di fatto, con buona pace di tutti.

Il viaggio fu lungo, ma mai tragitto fu così piacevole per i tre amici. Nino durante quella “cura forzata in Germania” era diventato quasi una larva, pesava, si e no, 40 kg e avrebbe dovuto fare molta attenzione, ora che aveva riacquistato la libertà, ad avvicinarsi al cibo. Ci sarebbe voluta molta moderazione, visto il lungo periodo di semi-digiuno, perché lo stomaco avrebbe dovuto riabituarsi, gradualmente, all’assunzione di cibo.

In seguito, diceva spesso che, se la guerra fosse durata ancora qualche mese, probabilmente sarebbe morto in quel campo, come era accaduto a tanti suoi compagni di sventura, che molto spesso, al mattino, trovavano morti nelle brande.

A Novara, una cinquantina di km dal loro paese, abitavano alcuni parenti di Ercole e i tre amici decisero di fermarsi da quelle brave persone che li ospitarono offrendo loro un piatto di pastasciutta, una vera leccornia che da anni non gustavano più, che deliziò Nino in maniera particolare.

Il giorno successivo, dopo avere dormito a casa dei parenti di Ercole, presero il locale per coprire l’ultimo tragitto, circa un’oretta, verso Quarona. Sembrava fosse trascorsa una vita dall’ultima volta che Nino aveva visto l’amato paese, gli adorati genitori, e Lina . Ora, forse, avrebbe potuto riabbracciarli! In un certo senso, questo ritorno, gli ricordava quello di Ulisse a Itaca…anche se l’epilogo sarebbe stato diverso.

Finalmente, giunti alla stazioncina del paese, videro che sul piazzale c’era un gran trambusto, in particolar modo v’era una specie di presidio dei partigiani, con un chiosco gestito da uno che, quando Nino e gli amici scesero dal treno, riconobbero per essere stato un giovane del paese. Il partigiano s’avvicinò ai tre e domandò a Nino, prima ancora di chiedergli come stava o come se l’era passata, se portava con sé delle armi, perché in quel caso avrebbe dovuto consegnarle a loro.

 

 

 Nino, piuttosto seccato e risentito per quella richiesta abbastanza perentoria, gli rispose che faceva sempre parte, fino a prova contraria, di un corpo di polizia, la Guardia di Finanza, che gli risultava non essere stato smantellato e che, anche se avesse avuto delle armi, le avrebbe consegnate al suo comando, che si trovava nella vicina Varallo Sesia. Disse anche che, l'unica cosa che avrebbe potuto trovare nel suo zaino, erano i molti pidocchi che per tanto tempo erano stati i suoi più fedeli compagni.

Del resto bisogna anche comprendere il clima del momento; gli animi erano surriscaldati dopo quella lunga guerra, soprattutto in quelle zone dove si era svolta una guerra civile, dolorosa e devastante, che aveva portato lutti, rovine e perdite in tantissime famiglie della vallata. Regnava un caos indescrivibile ovunque, anche se lo Stato tentava, con difficoltà, di riappropriarsi del territorio. Quel partigiano peccò sicuramente di eccessivo zelo, non fu certo molto delicato, del resto in quel momento chi lo era?. Tutto il contesto era in ebollizione.

La cosa terminò lì e qualcuno probabilmente disse a quell’uomo di lasciare perdere. Per dovere di cronaca aggiungo che, questo personaggio, qualche tempo dopo questi avvenimenti, venne trovato morto ammazzato, all’interno del suo chiosco sul piazzale della stazione, crivellato da alcuni colpi d’arma da fuoco. Non si è mai saputo ciò che era accaduto. Una rapina? Vendetta?

Il silenzio calò sulla vicenda.

 

 

 

Nino prima dello scoppio della guerra

 
 

 

 

 

 

Nino al ritorno dalla prigionia

 

Nel frattempo qualcuno era salito al Belvedere per avvisare Giovanni e Quinta che il figlio era tornato; i due anziani genitori, in fretta e furia, si incamminarono verso la stazione e quando furono sul piazzale, si trovarono di fronte un numeroso gruppo di persone, ma non riuscirono a riconoscerlo. Fu lui, invece, a riconoscere loro. Nino pesava meno di 40 kg e pareva molto più vecchio dei suoi 29 anni.

Giovanni e Quinta, con le lacrime agli occhi, emozionati e increduli che quell’uomo curvo e patito fosse Nino, lo strinsero forte a loro e fu un lungo e interminabile momento di struggente commozione e pianto. Era come se, quel figlio, che pensavano di avere perso per sempre, fosse rinato, sia pur malconcio e sofferente! Forse pensarono, in quel momento, che di lassù, la piccola Vittorina avesse protetto il suo fratellino!

 

5 – L’EPILOGO

 

 

Quando iniziò a salire, molto lentamente e con passo incerto, insieme a mamma e papà, il sentiero che lo riportava al Belvedere, gli parve di non averlo lasciato mai e nel contempo di stare vivendo un sogno…Quello di avere potuto riabbracciare gli amati genitori, ma anche di poter riassaporare il profumo dei suoi boschi così familiare, di respirare l’ottima aria di casa, di dormire finalmente in un letto vero, con candide e pulite lenzuola, di non sentire più le urla rabbiose dei “crucchi”.

Pensava che la prima cosa che avrebbe fatto, appena giunto lassù, sarebbe stato un bel bagno caldo, che sua mamma gli avrebbe preparato nel cortile e che gli avrebbe permesso di iniziare la disinfestazione dai pidocchi che erano diventati i suoi più fraterni compagni da quando era stato rinchiuso nel campo di Kapfenberg.

Il periodo di convalescenza necessario per superare, pian piano, le dure prove che aveva dovuto subire, era iniziato così. Dopo qualche giorno che era tornato, ricevette la visita di due militi della Guardia di Finanza della vicina Varallo, probabilmente venuti a sapere del ritorno dalla prigionia di questo reduce del Corpo, i quali, molto gentilmente, si informarono sulle sue condizioni generali e, nello stesso tempo, lo consigliarono di prendersi pure tutto il riposo e la convalescenza necessarie. Appena si fosse ripreso, gli dissero di fare un salto al comando per firmare alcuni documenti che, probabilmente, dovevano attestare il suo ritorno.

Come si ricorderà, lui, come molti altri, quando ci fu la mobilitazione del 1941, aveva fatto domanda di congedo per evitare la guerra. Domanda che fu naturalmente respinta, ma che ora, che tutto era finalmente finito, poteva essere accettata.

Lina invece, dal suo canto, saputo dai suoi genitori che Nino era tornato, decise di chiedere un periodo di permesso all’Ospedale di Arona, dove lavorava, per tornare a Quarona. Innanzitutto per riabbracciare mamma Maria e papà Pinot, ma anche per cercare di rivedere finalmente, dopo quasi 10 anni, Nino.

Anche lui, naturalmente, aveva chiesto ai genitori notizie di lei e ben presto venne a sapere che anch’essa era tornata in paese. Adesso si trattava di ricominciare a vivere, iniziando, appena rimessosi, col trovare un lavoro, se avesse deciso di non rimanere più nella Guardia di Finanza. Valutando i pro e i contro, si rese conto che un lavoro l’aveva, mentre il cercarne uno nuovo avrebbe significato imboccare da capo una strada piena di incognite, in un contesto di generali cambiamenti che sarebbero stati senz’altro epocali.

Durante la convalescenza, Nino scendeva in paese e si rendeva conto di come il clima fosse mutato, da quando aveva lasciato Quarona… Amici, che avevano condiviso con lui i “sabati fascisti” al campo sportivo, in divisa da balilla e poi di avanguardista, li aveva ritrovati antifascisti che stringevano in mano rosse bandiere e ogni giorno c’era una manifestazione di giubilo per la guerra finita e la libertà ritrovata. Erano giorni di esaltazione collettiva che lui, abituato dapprima alla disciplina militare e poi alla dura realtà del lager, faticava a comprendere appieno.

L’incontro con Lina fu senza dubbio struggente e pieno di emozione da parte di entrambi. Lei, come già avevano iniziato a fare mamma Quinta e papà Giovanni, gli spiegava tutti quei cambiamenti, la guerra civile che c’era stata, i tanti morti da entrambe le parti e in particolar modo dalla parte partigiana, le dure rappresaglie dei tedeschi e dei fascisti…Tuttavia tutto era molto confuso per lui, che comunque capiva che il Fascismo, in cui aveva creduto la sua generazione, e la grandezza dell’Italia di Mussolini, erano stati un colossale bluff.

Tutto era dunque finito, in modo tragico, e adesso si respirava l’aria della libertà, del nuovo mondo, che gli alleati promettevano di portare insieme allo sviluppo e al progresso che avrebbero dovuto evitare, in futuro, lo scoppio di nuove guerre. Ma la strada verso questi traguardi era lunga, irta di difficoltà. La povertà sarebbe stata difficile da debellare o almeno questa era la sua sensazione.

Inoltre, una cosa che lo colpiva in modo particolare, era il vedere i giovani girare ancora in divisa di partigiano, armati fino ai denti, a parecchi mesi dalla fine della guerra, mentre la maggior parte aveva già deposto le armi. Specialmente uno che conosceva sin dall’infanzia, proveniente dal Veneto dove il padre era stato trucidato nel ‘22 dai fascisti e il cui fratello, partigiano come lui, aveva avuto la stessa sorte durante la guerra di resistenza.

Tutte queste cose, queste situazioni, portavano Nino a chiedersi se poi fosse poi vero che tutto era finito o se magari non si stava rischiando di ripiombare in una nuova dittatura, diversa dalla prima, ma pur sempre illiberale e antidemocratica.

L’alleanza USA-URSS, che aveva portato alla fine della guerra, aveva dimostrato ben presto la propria fragilità e le due grandi potenze erano entrate in rotta di collisione giungendo alla spartizione del mondo e siglando il famoso “Patto di Yalta”. Dopo tutte queste considerazioni, Nino maturò l’idea di rimanere nella Finanza e di formarsi una famiglia, naturalmente con Lina che aveva sempre amato.

A questo punto, meritano una menzione particolare la famiglia di Lina e soprattutto suo fratello Giovanni. Come si ricorderà egli aveva presentato ai fascisti la documentazione che attestava il fatto che, come seminarista, era esentato dal prestare servizio militare. Dopo avere subito una operazione agli occhi, poté continuare i suoi studi presso nel seminario di Arona, sul lago Maggiore, dove anche Lina aveva prestato la sua opera di infermiera nell’Ospedale, durante la guerra.

Finalmente nel 1946 Lina e Nino coronarono il loro lungo e tribolato sogno d’amore e nel mese di gennaio si sposarono nella chiesa parrocchiale di Quarona con una modesta cerimonia a cui mancarono, per ragioni diverse, papà Giovanni, colto da una grave malattia che lo aveva semiparalizzato, mamma Quinta e il giovane Giovanni al quale le autorità del seminario di Arona non avevano accordato il permesso di assistere al matrimonio della sorella.

Al termine della cerimonia, i due sposi, si recarono ad Arona a trovare Giovanni e fra i due uomini avvenne un incontro molto emozionante perché non si vedevano da dieci anni, da quando cioè Nino si era arruolato e Giovanni era ancora un ragazzino.

Ora, il giovane cognato stava per coronare il sogno della sua fanciullezza: diventare prete, a dispetto di tutti. Il cosiddetto “viaggio di nozze” di Lina e Nino si concluse a Varese, dove rimasero qualche giorno, ospiti di un cugino che vi abitava.

Lina, che nel frattempo si era trasferita al Belvedere con Nino e gli suoceri, s’era licenziata, suo malgrado, dall’Ospedale di Arona e Nino aveva ripreso la sua attività di finanziere, dapprima nella vicina Varallo, poi, dopo circa un mese, in Val Vigezzo a Santa Maria Maggiore. Prestò poi servizio a Novara e infine venne destinato al Comando di Torino.

Giovanni, con grande impegno e determinazione, proseguì nel suo cammino verso quel traguardo che, finalmente, si realizzò nel 1950, quando venne ordinato sacerdote. Da quel momento in poi, per tutti, anche per i famigliari, egli divenne don Giovanni. Purtroppo, la sua cara mamma Maria, non fece in tempo a vederlo prete perché morì in modo repentino, a 56 anni, lasciando attoniti sia lui, che la figlia Lina e il marito Pinot.

Giovanni quindi aveva coronato il suo sogno di diventare un parroco, sempre a contatto con i problemi della gente. Non gli interessò mai fare carriera nelle alte gerarchie ecclesiastiche, e giunse perfino, negli anni che seguirono, a rifiutare alcune proposte di incarichi superiori, proprio in virtù di questa sua personalissima visione “pastorale”.

Dopo essere stato coadiutore in un paio di importanti parrocchie di Novara, Sant’Agabio e San Martino, Giovanni venne incaricato dal Vescovo di Novara come Direttore Spirituale del Seminario di Arona, dove egli stesso aveva studiato durante la guerra.

Dopo questo incarico, arrivò finalmente la nomina a parroco, cui egli tanto teneva, della Parrocchia di San Giuseppe a Novara. Qui rimase per un paio d’anni e poi approdò definitivamente a San Martino, nel 1964, dove in precedenza era stato coadiutore, e qui rimase per 34 anni, fino al 1998, alla sua morte, che destò grande cordoglio e commozione non solo tra i suoi parrocchiani ma anche fra molti non credenti che gli riconoscevano il merito di una grande bontà, quella che lo aveva sempre contraddistinto.

Va ricordato che, il giorno del funerale, in una Chiesa strapiena all'inverosimile, nonostante la giornata di pioggia torrenziale, era presente alla cerimonia funebre, officiata dal vescovo di Novara, la bandiera del sindacato CGIL, che ha la sua sede a pochi metri di distanza.

Giovanni era stato un parroco molto amato e lo si poteva constatare vedendolo girare, per la città e per le vie del suo quartiere, con ogni tipo di tempo e in bicicletta, unico suo mezzo di locomozione, per recarsi dai suoi parrocchiani ammalati. Non solo, anche le persone bisognose che si rivolgevano a lui, venivano sempre e comunque aiutate.

Quando talvolta qualcuno gli faceva notare che magari certi individui approfittavano della sua bontà per farsi dare denaro, lui rispondeva: “Io non sono tenuto a sapere se uno finge oppure no, se mi si presenta una persona che ha bisogno, io l’aiuto, lo devo fare…”

Ed era così anche quando, sovente, gli rubavano la bicicletta, unico mezzo di locomozione che aveva. A chi gli faceva notare che avrebbe dovuto denunciare il furto, dato che era a conoscenza dell’autore, lui rispondeva: “Si vede che ne aveva più bisogno di me !…” Questa era la sua filosofia e non c’era verso di fargli mutare idea e forse era giusto così.

Lina, che dopo mille peripezie aveva sposato Nino, per il grande amore che provava per lui, accettò di trasferirsi al Belvedere e di accudire l’anziano suocero ammalato e bisognoso di cure e di un’assistenza, che solo personale specializzato era in grado di offrire. Così mise a disposizione della famiglia acquisita la preziosa esperienza accumulata negli anni di Arona.

Le sue amiche del paese, alla vigilia del matrimonio le avevano fatto notare che sarebbe stata estremamente dura sobbarcarsi un onere pesante come l’assistere un anziano così duramente colpito dalla sorte, ma ella aveva risposto che per lei quello era un dovere morale prima di tutto nei confronti del suo sposo di cui era innamorata, e poi verso lo stesso Giovanni, persona buona e che in paese era rispettata da tutti.

Nino raccontava spesso che, quando era libero, si caricava suo padre sulle spalle, dopo che lo avevano pulito e vestito, e lo portava alla sua camera, attraverso le brevi scale che lo dividevano dal cortile. Erano anni duri, resi ancor più difficili dal fatto che, tutti i giorni doveva viaggiare avanti e indietro da Novara prima di essere trasferito a Torino. Nel ’47 era nata la loro prima figlioletta, Gabriella, e questo felice evento fu vissuto come se fosse stato il “ritorno” della piccola Vittorina, il cui nome le venne aggiunto al primo.

Poi, nel ’48, papà Giovanni, dopo due anni di semiparalisi, ebbe una serie di altri piccoli ictus e morì, a 70 anni, lasciando nel figlio, in Lina e nella mamma Quinta un vuoto incolmabile. Per Nino se ne era andata la guida insostituibile della sua infanzia, dotata di profonda bontà e onestà. La stessa cosa sarebbe capitata, tanti anni dopo, ai suoi figli, quando fu lui ad andarsene da questo mondo lasciando i suoi famigliari nello sgomento più assoluto. Allora essi compresero ciò che aveva provato lui quando suo padre era morto.

Nino ricordava spesso la situazione generale del paese, i momenti di tensione, nel luglio 1948, che contraddistinsero l’attentato a Togliatti quando, pur in una città non molto grande come Novara, si ebbero scontri, anche duri, che fecero temere l’insorgere di una nuova guerra civile; il buonsenso prevalse non tanto, come alcuni raccontano, per la vittoria di Bartali al Tour de France, cosa che senz’altro contribuì ad attenuare la tensione, ma soprattutto per le parole che il leader comunista disse mentre veniva trasportato in ospedale gravemente ferito invitando tutti a mantenere la calma e ad evitare azioni che avrebbero potuto nuocere alla loro causa e alla convivenza civile.

Dopo un periodo trascorso a Torino, Nino era riuscito ad ottenere il trasferimento definitivo a Novara, anche in virtù del fatto che la famiglia, nel frattempo, era aumentata con la nascita, nel 1954, del secondo figlio, un maschio cui fu posto nome Gianmario.

A questo punto, tutto il nucleo famigliare aveva lasciato, già da alcuni anni, l’amato Belvedere, divenuto scomodo per abitarvi, col mutare dei tempo, anche se restava un ottimo luogo per trascorrere le vacanze. La famiglia si era trasferita a Novara, insieme alla cara mamma Quinta, rimasta vedova. Quinta, negli anni che seguirono, si dedicò agli amati nipoti, quindi a Gabriella e specialmente al piccolo Gianmario, divenendo per lui quasi una seconda mamma, come lo fu nonna Vittoria per Nino.

Quinta fu una nonna molto dolce e amata, che i nipoti, soprattutto Gianmario, facevano spesso tribolare con i loro capricci infantili. Quando se ne andò, esattamente il giorno di Pasqua, del 1966 lasciò in famiglia un vuoto profondo, come sempre accade quando se ne va una persona amata. Ne risentì in particolar modo l’adorato nipote Gianmario che la ricordò, e ancora la ricorda, con immutata e grande nostalgia. In quel 1966, nonna Quinta fece appena in tempo a vedere, in gennaio, la nipote Gabriella sposarsi a 18 anni (come aveva fatto lei stessa quando aveva incontrato Giovanni) con Giuseppe, giovane maestro elementare, molto intelligente ed educato. Ma non potè abbracciare il piccolo pronipote Alessandro, che nacque nel mese di luglio.

In seguito, Lina e Nino divennero di nuovo nonni, nel 1967, per la nascita di Massimiliano, secondo figlio di Gabriella. Questi due bravissimi e graziosissimi bimbi, divennero splendidi giovanotti ed sono uomini affermati, anche nella vita sociale. Gianmario, piuttosto pestifero e dal carattere alquanto timido, fu un po’ il cruccio di Lina e Nino che lo seguirono molto attentamente bilanciando la severità con molto amore nel guidarlo durante la sempre difficile adolescenza.

Nino proseguì la sua carriera nella Guardia di Finanza, dalla quale si congedò nel 1969, a 53 anni, per raggiunti limiti d’età, secondo le leggi che vigevano a quel tempo. Un’età ancor verde, diremmo oggi, per cui fu costretto a cercarsi una nuova occupazione. Si inserì, anche in virtù del fatto che proveniva da un corpo di polizia, in una ditta di Novara dove assunse incarichi di responsabilità.

Lina, invece, che come si ricorderà avrebbe voluto continuare a fare l’infermiera, riuscì a trovare un impiego nel laboratorio provinciale di igiene e profilassi della Provincia di Novara dove rimase fino al 1981, anno in cui maturò la meritata pensione. Così, pur tra mille sacrifici, riuscirono a mantenere la loro famiglia, a cui non fecero mai mancare nulla, e insegnarono ai loro figli concetti basilari, come il valore del lavoro, dell’onestà e del rispetto per il prossimo.

Nel 1982, superati i sessant’anni, ebbero la soddisfazione di vedere Gianmario sposato con una bravissima ragazza, Ornella, alla quale si affezionarono e dalla quale furono teneramente ricambiati. E così pure fu con Giuseppe, marito di Gabriella. Dopo alcuni anni di matrimonio, nel 1989 la moglie di Gianmario li rese nonni per la terza volta, con la nascita di un maschietto bellissimo, Valerio, che li fece “ringiovanire”, nonostante i 70 suonati. E non era ancora finita! Nel 1992 a Ornella nacque un altro stupendo bambino, Edoardo, biondissimo come il fratello.

Voglio qui ricordare che entrambe i matrimoni di Gabriella e Gianmario furono celebrati dal caro zio don Giovanni, fratello di Lina, e così pure fu per i battesimi dei loro figli. Don Giovanni fu sempre una presenza discreta, ma importante nella famiglia anche se, a causa dei suoi numerosi impegni, a volte passavano lunghi periodi durante i quali non lo sentivano né lo vedevano. Tuttavia arrivava sempre il momento in cui si ritrovavano per festeggiare qualche compleanno o anche solo per passare qualche ora insieme a chiacchierare di varie cose.

Lina e Nino amarono molto questi loro ultimi nipoti, giunti ad allietare tutte le famiglie: quella di Gianmario, quella di Gabriella, che aveva già i suoi figli grandi, a loro volta entusiasti dell’arrivo dei cuginetti, e la loro.

Ma tutte le belle storie, prima o poi finiscono ed è già un bene se l’epilogo avviene per cause naturali e non in seguito a disgrazie o ad eventi imprevedibili.

 

Nel 1998, moriva don Giovanni, stroncato, a 74 anni, in soli cinque mesi da un male incurabile. Lina, che già aveva qualche acciacco, accusò il colpo, data la devozione che aveva sempre nutrita per lui.

Dopo solo un anno e mezzo, a 79 anni, l'8 novembre del 1999, anche lei se ne andò, in soli cinque giorni, per una banale forma influenzale. Quasi sembrava che uno avesse chiamato l’altra. Nino, come tutto il resto della famiglia, piombò in un nero sconforto.

 

 

 

 

 

 

 

                 L'ultimo viaggio di don Giovanni

 

A sua volta afflitto da vari acciacchi, venne amorevolmente curato dai figli Gabriella e Gianmario, anche se aveva voluto continuare ad abitare dai solo nella casa che aveva condiviso con Lina. I due figli non mancavano mai, ogni giorno, di passare da lui e confortarlo o aiutarlo se ne aveva bisogno. Nino mantenne una dignità fantastica, non si lasciò mai andare allo sconforto, pur soffrendo tantissimo per la perdita di Lina.

Fu ricoverato un paio di volte in Ospedale per piccoli interventi, sempre assistito dai figli, in modo particolare da Gabriella, tecnica di laboratorio nell’Ospedale, ma anche da Gianmario che lo aveva sempre amato, rispettato e stimato moltissimo.

 

 

 

 

 

Nonna Quinta, mamma Lina, Gianmario e Gabriella

Nino sopravvisse solo tre anni a Lina. Nel maggio del 2002 fu colto da una crisi cardiaca che superò abbastanza bene durante un ricovero ospedaliero. Nei mesi successivi però iniziò il declino, con crisi respiratorie varie e, in ultimo, la mancanza di appetito. Verso novembre gli fu diagnosticato un male incurabile ai polmoni e i medici non diedero alcuna speranza.

Tornato alla sua abitazione, tra lo sgomento generale dei figli e degli adorati nipoti, morì il 3 dicembre 2002 all’età di 86 anni. Fu una morte straziante, per la sua grande sofferenza, contrariamente alla brevissima agonia di Lina, avvenuta in ospedale, che colse i famigliari impreparati.

   

Ancora oggi, il loro ricordo di Nino, Lina e don Giovanni, è vivo più che mai nei figli e nei nipoti e il vuoto della loro assenza è grande quanto il bene che essi hanno saputo dare con amore nel corso di tutta la loro vita.

Chi li ha conosciuti, vicini di casa, amici, semplici conoscenti, li ricordano sempre molto in gamba sino alla fine. Come Lina, che il giorno prima di mettersi a letto per l’influenza, per non alzarsi più, si era recata ad accudire i figli di Gianmario. E così pure aveva sempre fatto Nino.

 

 

CONCLUSIONE

Arrivati alla conclusione di questa storia, è necessario dire che, colui che ha narrato queste vicende, non solo ha amato molto i suoi protagonisti, ma ha pure amato e ama tutt’ora i luoghi dove essi hanno vissuto: il Belvedere, in modo particolare, e Quarona che è il contesto in cui tutto si è svolto. L’autore é molto felice di avere condiviso con tutti voi, simpaticissimi amici di fb (Facebook), questa storia familiare alla quale vi siete appassionati e che vi ha commossi. Una vicenda molto semplice e certo simile a quella di tantissime altre famiglie Italiane.

L’Italia è un grande paese, con un glorioso passato, dove persone anonime e semplici, ma grandi per la loro integrità morale, hanno contribuito a scriverne la Storia. Dovremo esserne sempre orgogliosi, anche se la situazione attuale appare confusa e molti italiani, oggi, paiono avere dimenticato le lezioni di essa, la povertà dalla quale proveniamo, l'immenso lavoro, di tutti, per ricostruire un paese semidistrutto e pieno di rovine e trasformarlo in un paese industrializzato e avanzato, dove la gente ha potuto conoscere, dopo tanti stenti, un certo benessere, oltre che la libertà.

Scrivere questo racconto è stato un po’ come fare rivivere tutti. La memoria, ecco, serve a far rinascere, oserei dire, a resuscitare coloro che non ci sono più e che vorremmo avere ancora accanto a noi. Ancora grazie a tutti per la pazienza che avete avuto nel leggermi.

 

 

 

 

 

Nonna Quinta, mamma Lina,

papà Nino e Gianmario

 

Il nostro ringraziamento più caloroso a Gianmario Moggia la cui famiglia d'origine è vissuta al Belvedere sopra Quarona. Una preziosa testimonianza, di altri tempi, seppur abbastanza recenti, ma ormai lontani per il ricordo di chi li ha vissuti.

 

1-Arrivederci Nino

2-La grande vocazione

3-Le porte dell'inferno

4-Ma tei propi ti, Nino?

5-L'epilogo

6-Conclusione